Mercoledì 17 gennaio

Mercoledì 17 gennaio alle ore 17.30 nella chiesa di San Rocco celebreremo la memoria di Sant’Antonio abate e concluderemo la celebrazione eucaristica con la benedizione e distribuzione del pane (la messa feriale delle 17.30 in Duomo non verrà celebrata) e il tradizionale canto della Pasquella.

Domenica 21 gennaio alle ore 11.00 verrà celebrata la  messa in Duomo e alle 12.00, circa, in piazza A. Condivi si svolgerà la benedizione degli animali.

 

Per approfondire…

Dalla liturgia delle ore del 17 gennaio, memoria di Sant’Antonio, abate

Insigne padre del monachesimo, nacque circa l’anno 250. Dopo la morte dei genitori distribuì i suoi averi ai poveri, si ritirò nel deserto e lì cominciò la sua vita di penitente. Ebbe molti discepoli e molto lavorò per la Chiesa, sostenendo i martiri nella persecuzione di Diocleziano e aiutando sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Morì nell’anno 356.

 

Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio vescovo

Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancora molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, com’era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli, che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo.

Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli» (Mt 19, 21).

Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia – possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni – perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella.

Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non vi angustiate per il domani» (Mt 6, 34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto. Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.

Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri.

Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.

 

Perché è patrono degli animali…

«Lo sviluppo del culto popolare di Antonio in Occidente, fu dovuto probabilmente alla sua fama di guaritore dall’herpes zoster, o fuoco di sant’Antonio, affezione che colpisce le cellule nervose e si manifesta con fenomeni epidermici localizzati lungo il decorso dei nervi. Risultando inefficaci tutti i rimedi, i malati si recavano alla chiesa di Saint-Antoine de Viennois, in cui erano conservate le reliquie di Antonio, e per accoglierli si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la formazione di una confraternita di religiosi, per assisterli. Ebbe così origine l’Ordine ospedaliero degli Antoniani, che prese come sua insegna la gruccia a forma di T, tradizionale attributo di Antonio.

Per assicurare, almeno in parte, la sussistenza dell’ospedale, è probabile che i religiosi allevassero dei maiali, che vagavano per le vie, mantenuti dalla carità pubblica. A un certo punto, però, si rese necessario eliminare la circolazione degli animali all’interno degli abitati, ma un’eccezione fu fatta per i maiali degli ospedali antoniani, che però dovevano portare al collo una campanella.

Probabilmente a questa attività degli Antoniani si deve il fatto che sotto la protezione di sant’Antonio furono posti i maiali e, per estensione, tutti gli animali domestici» (dalla Bibliotheca Sanctorum).

 

Episodi della vita del santo

«Il santo abate Antonio, sedendo nell’eremo, fu colto da accidia e da un annebbiamento di pensieri. A Dio diceva: “Signore, voglio essere salvato, ma i pensieri che ho non me lo permettono. Che fare in questo stato d’angoscia? Come salvarmi?”. Affacciatosi un po’ fuori, Antonio vide uno che gli assomigliava che stava seduto e lavorava. Quando smetteva di lavorare, pregava. Poi tornava a sedere e a intrecciare la corda e, dopo essersi interrotto di nuovo, tornava a pregare: era un angelo del Signore, mandato a correzione e a tutela di Antonio. All’angelo sentì dire: “Fa’ così e sarai salvato”. Egli, avendo inteso, ne trasse molta gioia e un senso di incoraggiamento e, comportandosi allo stesso modo, fu salvato» (dai Detti dei padri del deserto, p. 31, PIEMME 1997).

«Lo stesso abate Antonio, appuntando lo sguardo fin nel profondo dei giudizi di Dio, chiese: “Signore, come è possibile che alcuni muoiano giovani e altri diventino vecchissimi? Perché alcuni faticano per vivere e altri invece si arricchiscono? E perché sono gli ingiusti a diventare ricchi e i giusti al contrario vivono nell’indigenza?”. Una voce arrivò fino a lui che diceva: “Antonio, occupati di te stesso. Questi sono i giudizi di Dio e a te non serve saperli”» (dai Detti dei padri del deserto, pp. 31-32, PIEMME 1997).

«L’abate Antonio disse: “Ho visto tese sulla terra tutte le trappole del Nemico e addolorato ho aggiunto: chi dunque potrà sfuggire ad esse? Allora ho sentito una voce che mi diceva: l’umiltà”» (dai Detti dei padri del deserto, p. 32, PIEMME 1997).

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